Un amico una volta ha detto parole sagge: “Abbiamo la voglia di raccontare i rally, quelli non solo fatti di numeri e classifiche asettiche, ma di ricordi, emozioni rendendo umano uno sport altrimenti visto inarrivabile.”
Tutto questo rispecchia il nostro modo di fare, di scrivere che ad alcuni magari può non piacere. Però è la nostra filosofia: nessun limite, nessun vincolo. La passione vogliamo che trabocchi, cercando di riversarla in ogni parola scritta. Per questo esatto motivo oggi, vi racconterò quella che è stata la Granada-Dakar 1999, a modo nostro.
Non mi vergogno a dirlo, all’epoca ero un bambino. Avevo poco meno di cinque anni. Mi divertivo a giocare con le mie Burago 1:43: “Quella bianca con la scritta gialla” e “La Megane da corsa“. Un Mitsubishi Pajero con livrea J.P. Fontenay 1998 e un Buggy Schlesser del medesimo anno. Le mie preferite.
Capodanno 1999. Come di consueto avevo preparato le dune sul divano, meticolosamente con panni e coperte. Avevo posizionato qualche Isuzu Vehicross insabbiato e facevo ruggire i motori del Buggy e del Pajero, su e giù per la sabbia dorata delle mie fantasie. In quel momento venni interrotto dal suono inconfondibile dello spot di Eurosport. Finalmente era giunto nuovamente quel periodo dell’anno. Il mio compito che non potevo assolutamente trasgredire, era di premere “Rec” sul videoregistratore così da conservare ogni momento che avrei potuto rivedere qualvolta ne avessi avuto voglia…o se mi fossi addormentato nell’attesa degli highlights del famoso canale di sport.
A Granada i piloti si preparavano ad imbarcarsi verso l’Africa, dopo un prologo bagnato. Non tanto quanto quello dell’anno precedente a La Châtre, che mise in difficoltà diversi equipaggi. La gara però prese vita a Rabat dove i piloti rimasero in territorio marocchino verso Agadir. Quel bambino con le Burago in mano nel frattempo aveva consolidato il suo amore per il Mitsubishi Pajero. Il costruttore giapponese quell’anno schierò il nuovo Pajero Evolution dotato sempre del famoso 3.5L V6 Mivec, guidato da uno dei miei piloti preferiti: Kenjiro Shinozuka. A Hiroshi Masuoka avevano lasciato la versione precedente, mentre a Jutta Kleinschmidt e Jean Pierre Fontanay (vincitore del 1998, nonché protagonista del mio adorato modellino) diedero la nuova versione. Più performante sotto ogni aspetto, con il controllo della pressione degli pneumatici dall’interno della vettura e il differenziale anteriore bloccabile. Ci fu però anche un outsider: Miguel Prieto. Lo spagnolo si presentava con un Mitsubishi Pajero T3 del 1997. Non sapevo giudicarlo ma di una cosa ero sicurissimo: quel modello di Pajero proprio non mi piaceva.

Il costruttore giapponese era sempre lì davanti. Facevo il tifo per loro, ma alle porte della Mauritania si iniziava ad intravedere l’attacco delle “Megane da corsa“. Jean Louis Schlesser la sapeva lunga: francese DOC e non proprio uno dei piloti più affabili. Per me era l’antagonista. Il cattivo della favola che doveva essere battuto dal bene, formato da Mitsubishi. Quell’anno però erano tremendamente veloci e Jose Maria Servia, alla guida del secondo Buggy, prese il comando scalzando Jutta Kleinschmidt. Quest’ultima perse ogni opportunità insabbiandosi e forando tre volte.
“Ok, Jutta con la rossa e la scritta Playstation ha perso. Ci sono gli altri. Forza Kenjiro!”
Tutta la carovana si riposò a Bobo Dioulasso dove prese vita una gara di motorini, guidati da persone locali. Il chaos, qualcosa di fuori dal normale. Persone con questi mezzi tipo Ciao e Bravo, che sfrecciavano a tutta velocità per la strada. Rimasi affascinato non solo dalla pazzia, ma anche dalla folla di persone ad assistere a quell’evento “di paese” per poi deliziarsi delle favolose vetture della Dakar.
La ripresa dal giorno di riposo fu disastrosa. La gara proseguiva passando dal Mali verso nuovamente la Mauritania, per poi spostarsi in Senegal. Jean Pierre Fontenay out: perdita di liquido refrigerante. Kenjiro Shinozuka, fuori anche lui dopo aver finito la benzina ed essere incappato in diversi inconvenienti.
“Forza Masuoka, porta in alto il Pajero.”
Niente da fare. Il mio tifo da casa non bastava. Problemi alla frizione per lui e fu costretto a rallentare. Mi dovetti ricredere sul Pajero “bruttarello”: finii per tifare il brutto anatroccolo e in segreto gli sussurrai che in realtà era una brava macchinina. Miguel Prieto si trovava a meno di dieci minuti da Jean Louis Schlesser che nel frattempo aveva preso la testa della corsa al posto di Jose Maria Servia, il quale si era insabbiato. Jean Louis Schlesser poi fece…il Jean Louis Schlesser. Gli equipaggi si stavano dirigendo a Tichit da Nema, in una dodicesima tappa tutt’altro che semplice soprattutto dal punto di vista della navigazione. Il Buggy Schlesser e il Pajero di Prieto erano vicini, in una pista battuta pensando a recuperare ogni minimo minuto possibile.
BOOM!
“No Miguel, forza!”
Le due vetture si schiantarono tra di loro, portiera contro portiera in uno scontro durissimo. Jean Louis fu il primo ad arrivare al controllo orario e con il suo solito fair-play disse: “Eravamo sulla strada giusta, ma Prieto era troppo impegnato a cercare la strada così ci ha colpiti duramente”.
“Non è vero! Tu gli sei andato addosso!” pensai. Le immagini parlavano chiaro: il Buggy aveva cambiato direzione improvvisamente, colpendo il Pajero. Philippe Monnet, copilota di Jean Louis, contava ogni secondo nell’attesa dell’arrivo di Miguel. Quest’ultimo però nel frattempo si era insabbiato. Arrivato al controllo orario, scoprì non solo di aver perso dodici minuti, ma di essere stato incolpato anche dello scontro. In questo preciso istante capii l’essenza di questo sport e del perchè era diverso da tutto il resto. Miguel si avvicinò a Jean Louis, facendogli gesto…ma con il sorriso. I due si chiarirono e si misero una mano sulla spalla in una cornice sabbiosa fatta di grande sportività. In quel momento per me, il Pajero “bruttarello” aveva già vinto nonostante i venti minuti di distacco. La gara terminò quattro tappe dopo, consegnando a Jean Louis Schlesser il sogno di aver conquistato la Dakar; un trionfo con un sapore differente, avendo portato alla ribalta una vettura da lui concepita.
In quel momento feci i miei complimenti a quel burbero francese premendo “Stop Rec” sul videoregistratore e nelle dune delle mie fantasie, fatte di panni e coperte, “La Megane da corsa” non era più quella arretrata, ma viaggiava di pari passo con “Quella bianca con la scritta gialla”.

